Dal 2007 la tappa per chi ama il buon cinema. Perché il cinema "è una cosa seria".
Legenda recensioni - Stelline: 1 = pessimo; 1,5 = mediocre; 2 = guardabile; 2,5 = interessante; 3 = bello; 3,5 = notevole; 4 = ottimo. Visione consigliata: T = per tutti; I = bambini insieme agli adulti; A = solo per adulti.
Anora chi è? Una spogliarellista? Sì. Una prostituta? Anche, ma solo in occasioni speciali. Una di queste non tarda ad arrivare, quando nel night club di Brooklyn in cui lavora entra Vanya (Mark Eidelstein) e chiede direttamente di lei. Il motivo è presto detto: entrambi parlano russo. Una visita segue l'altra e i due si ritrovano nella colossale villa a più piani del 21enne, figlio di oligarca, che può spendere e spandere con amici al seguito. Finché non la fa grossa, la notizia attraversa l'Atlantico e finisce sui tabloid. Allora cambia tutto. All'opus numero cinque lo statunitense Sean Baker, newyorchese d'adozione, concentra ancora lo sguardo sulle sex workers e lo fa con una commedia drammatica da lui scritta, diretta e montata, tanto divertente quanto cruda: nudi e turpiloquio abbondano, la cinepresa è a spalla e con lenti anamorfiche, le musiche diegetiche sono quasi tutte sgradevolmente contemporanee. Talvolta sembra di essere al cospetto di un film di David O. Russell, ma meno estetizzante e con più cuore. La rilettura di classici come Cenerentola, Sabrina e Pretty Woman passa da critiche sia alla gioventù smidollata ("Tik Tok e Instagram! Non fate altro!") che agli adulti imbranati o calcolatori. In mezzo c'è la protagonista, una Mikey Madison totalmente in parte (i primi 5' di film sono stati del tutto improvvisati), ma anche il gopnik ("giovane delinquente") di Jura Borisov - star in Russia, che qui lavora per sottrazione - non è da meno. Il finale è meno enigmatico di quanto può sembrare: ribalta le premesse. Chi ha usato chi? Chi ha amato chi? Palma d'Oro a Cannes 2024 e vietato ai minori di 14 anni. PS la canzone nei titoli di testa è Greatest Day (2008) dei Take That.
Inghilterra rurale, tra Suffolk e Norfolk. La casalinga 61enne Cissie (Joan Plowright) vede tornare di notte il bolso marito con la giovane e procace amante, entrambi ubriachi fradici. Insofferente da tempo, coglie l'occasione per eliminarlo. Tanto c'è Madgett (Bernard Hill), medico legale del paese e amico di famiglia a coprire le tracce, tenuto buono da accattivanti promesse. Ma non sarà il primo decesso con cui dovrà confrontarsi.
Peter Greenaway (Il cuoco, il ladro, sua moglie e l'amante) dirige una bizzarra commedia nera, in cui ogni inquadratura è uno splendido tableau vivant grazie alla fotografia del rinomato francese Sacha Vierny, esaltata dalle musiche di Nyman e Mozart. La narrazione è una continua carrellata di scenari verdeggianti o marini con dettagli che sembrano uscire da nature morte. Il ritmo è però un po' troppo disteso e a popolare la sceneggiatura - firmata dallo stesso regista - sono uomini stupidi, insipidi e infantili, mentre le donne sono perfide, annoiate e incontentabili. L'egoismo è il minimo comun denominatore del mondo adulto: non si salva nessuno. I ragazzini sono invece (di conseguenza?) strambi e si rifugiano in un mondo parallelo fatto di giochi astrusi, dominato dai numeri: le uniche inossidabili certezze, insieme alla morte.
A dispetto delle nudità esibite dalle donne di casa Colpitts, il film non è sexy e l'ironia che permea la trama è troppo cerebrale per far davvero breccia nello spettatore. L'orecchio e (soprattutto) l'occhio ne escono appagati, ma alla fine ci si diverte poco. Vietato ai minori di 14 anni.
PS il titolo originale Drowning by numbers ("Annegare con i numeri") è un gioco di parole che parafrasa l'espressione inglese "drawing by numbers", cioè colorare seguendo i numeri in cui sono suddivise le illustrazioni sugli album.
Alla morte del marito, la fresca vedova Eva (Shirley MacLaine) riceve dall'assicurazione sulla vita del defunto una cifra esorbitante: cinque milioni di dollari e non i previsti 50mila. Pungolata dalla miglior amica, la testa calda Maddie (Jessica Lange), li incassa e vola con lei per le Canarie per concedersi la vita di svago che non aveva mai avuto prima, quand'era insegnante. La conoscenza di uno smemorato gentiluomo sembra aprirle nuovi scenari, ma un dimesso detective alle soglie della pensione, sguinzagliatole dietro dall'agenzia assicurativa, è sulle sue tracce.
La penultima fatica per il grande schermo di Andy Tennant (Hitch; Tutti pazzi per l'oro) è una commedia senile dai dialoghi frizzanti, talvolta caustici, che perde mordente quanto più scivola nella farsa. C'è poco da prendere sul serio (i gangster ne sono il miglior esempio) se non il retrogusto amaro lasciato da certe battute, specie quelle messe in bocca all'investigatore Vespucci (Howard Hesseman), in cerca di riscatto dopo un'esistenza grigia come il suo giubbino impermeabile. Ma il vero motivo per concedersi questa (tutt'altro che fondamentale) visione risiede nelle due protagoniste all'opera: danno l'impressione di essersi divertire parecchio, specie la Lange. Alle soglie del cameo la presenza di Demi Moore nei panni della figlia di Eva.
Inedito in Italia.
PS Il titolo viene dall'espressione idiomatica inglese "to sow wild oats" ("seminare avena selvatica") ovvero "spassarsela in gioventù".
Nordamerica,
1823. Il cacciatore-esploratore Hugh Glass (Leonardo DiCaprio) mette in salvo il
manipolo di pellai per cui lavora dall’attacco della tribù degli Arikara. L’unica
via relativamente sicura per tornare al campo base è quella terrestre. In testa
al gruppo, alla ricerca della strada giusta, Glass s’imbatte in una femmina di
grizzly con piccoli al seguito: attaccato alle spalle, viene gravemente ferito
e ridotto in fin di vita. La compagnia non può attendere. Il capitano incarica
due dei suoi di assisterlo per quel poco che gli resta e dargli degna
sepoltura. Peccato che uno sia John Fitzgerald (Tom Hardy), ex soldato violento
e razzista, intenzionato soltanto a intascare i soldi promessi per questo
incarico supplementare. Ovviamente Glass verrà abbandonato al suo destino.
È
una storia di morte, rinascita, sopravvivenza e vendetta quella tratta dall’omonimo
romanzo di Michael Punke e ispirata al trapper
realmente esistito, figura però di consistenza più leggendaria che storica.
Scritta
dal regista e da Mark L. Smith, la sceneggiatura costringe lo spettatore ad
abbassare la soglia di sospensione dell’incredulità in un paio di occasioni e
si concede dei flashback apparentemente poetici, che nei migliori casi
arricchiscono il retroterra del protagonista, nei peggiori abbassano il ritmo.
In essi i richiami a Malick sono solo apparenti: qui non si tesse un elogio
della natura vivente per immagini (tutto è ostile quanto i nemici umani). Ma il
respiro della trama è ampio e l’epicità dei fatti è amplificata dalla bravura di
Alejadro G. Inarritu, che coadiuvato dall’eccezionale operatore Emmanuel
Lubezki (2 Oscar), muove la macchina da presa così da rimpicciolire la figura
umana tra i paesaggi o da starle incollata (con evidenti grandangoli) fino a
‘soffocarla’ nell’inquadratura insieme allo spettatore. Il tutto è servito in coinvolgenti
piani sequenza (l’incipit sembra uscito da un Salvate il soldato Ryan di frontiera) o in frangenti che sanno
quasi di real tv. Le musiche di
Sakamoto – ansiogene, minimaliste ed evocative – fanno il resto. Al netto,
potrebbe quasi essere un nobile parente della Passione di Cristo o Apocalypto
di Mel Gibson, girato però come se fosse un Gravity
“into the wild”: l’imperativo è sopravvivere.
Girato
in buona parte in Canada in condizioni proibitive (fino a -40°), in digitale e
con luci naturali al costo di 135 milioni di dollari, non privo di riferimenti
a western più o meno recenti (tra cui Uomo
bianco, va' col tuo dio! con Richard Harris, basato sulla stessa vicenda), The Revenant vive di vita propria grazie
al taglio postmoderno della regia. La sola scena dell’attacco dell’orso divora
tutta la computer grafica vista in sala nel 2015.
Dopo
essere stato abbondantemente preso in giro per l’Oscar non vinto per The Wolf Of Wall Street (in cui lui era eccessivo
persino rispetto alla storia) Leonardo DiCaprio porta a casa il Golden Globe
come miglior attore drammatico e punta alla statuetta: da vegetariano, ha persino
dovuto mangiare fegato crudo di bisonte. Talvolta Tom Hardy gli ruba la scena,
anche se il suo personaggio è di una cattiveria monocorde qua e là irritante.
Domnhall Gleeson aggiunge un altro titolo di peso alla sua già rispettabile
filmografia.
Ah, il posto fisso. Un miraggio per tanti, oggigiorno.
Uno degli ultimi a goderne – immeritatamente – è Checco Zalone (Luca Medici),
che lo difende come una cozza patella attaccata allo scoglio. Peccato che a
minarlo giunga la soppressione delle Province. Per lui, addetto alle licenze di
caccia e pesca costantemente ingraziato da cestini e omaggi assortiti, è la
fine: non è invalido, non è sposato, non ha neanche una minima motivazione che
gli consenta di restare dov’è, a Conversano (a una trentina di chilometri da
Bari). Non gli resterebbe che capitolare, firmando un trattamento di fine
rapporto con una generosa liquidazione. Ma, guidato dal senatore Nicola Bitetto
(Lino Banfi) – santo protettore che ha regalato il posto fisso a lui e a un
altro paio di suoi parenti – Checco non molla: viene spedito prima in varie
località dello Stivale, poi al polo Nord, tra i fiordi della Norvegia.
L’incarico assegnatogli – il dover garantire la sicurezza di Valeria (Eleonora
Giovanardi), ricercatrice italiana del Cnr – inizialmente lo scoraggia, ma il
bel visino della giovane fa breccia nel suo cuore.
Prodotto dalla Taodue di Pietro Valsecchi (leggasi
Mediaset), costato ben 10 milioni di euro e distribuito in 1300 sale (numeri
ignoti persino agli studios hollywoodiani), il quarto lungometraggio
dell’accoppiata Medici-Nunziante non si allontana di molto dai tre capitoli che
l’hanno preceduto. Narrativamente elementare, vanta ancora la voce narrante del
protagonista e – stavolta – una cornice. Di nuovo c’è che la maschera di Zalone
– italiano medio-mediocre, Homer Simpson de
noantri – sembrerebbe subire un’apparente evoluzione. Nei primi quaranta
minuti del film, il personaggio, ammesso che strappi risate, ne strappa di
becere. Inserito in un universo in cui i riferimenti ‘culturali’ sono la sigla
di C’è posta per te (ovvero Love’s Theme di Barry White) e i quiz
televisivi, in cui Margherita Hack fa rima con “fuck”, Checco sfoggia tutto il
suo essere machista, ciuccio e presuntuoso: tratta le donne come serve (dice
alla fidanzata di essere “poco retro-attiva”) e il prossimo con sufficienza. Raccoglie
persino liquido seminale da un orso polare.
L’incontro con la ricercatrice lo spinge però a
migliorarsi: inizialmente si dà alla reinvenzione di piatti tipici pugliesi
(panzerotti per musulmani, buddisti e atei; “riso patate e krill”), poi si
rende conto che la vita da cittadino responsabile è preferibile a quella da
‘furbetto’. Finisce così per rispettare le code, attende il verde ai semafori,
raccoglie le cartacce da terra. Ma cosa postula la sceneggiatura firmata dal duo
barese? Che quello del buon vivere civile è un gioco al quale l’italiano medio
non può giocare, perché è incompatibile con la sua natura. A Checco basta rivedere
in tv Al Bano e Romina sul palco di Sanremo per sentire nostalgia di casa e
tornare ai propri insopprimibili vizi, per rivelarsi qual è. Con questa trovata
cerchiobottista Zalone riesce a conquistare tutti i tipi di pubblico, facendo
ridere chi si sente come lui e chi si crede migliore di lui. Ovviamente non
manca un finale che salva capre e cavoli, con tanto di presunta redenzione. L’unica
vera bellezza, soffocata da un’umanità sciagurata, è quella dei paesaggi (che la regia neanche riesce a esaltare). Che
si tratti della Val di Susa, della Puglia o della Calabria (ove Checco lascia
che si scarichino rifiuti tossici). Una grande bellezza seppellita (di nuovo)
da incassi tanto stratosferici quanto autoassolutori.