lunedì 15 settembre 2008

Sweeney Todd - Il diabolico barbiere di Fleet Street

Benjamin Barker (Johnny Depp, Golden Globe come miglior attore) è uno stimato barbiere della Londra Vittoriana, la cui esistenza – insieme a quella dei suoi congiunti – scorre tranquilla e luminosa. Ma un giorno il sordido giudice Turpin (Alan Rickman, già noto ai fan della saga di Harry Potter), bramoso di avere con sé la di lui moglie, lo accusa di un delitto mai commesso e lo spedisce in galera, ove rimane per ben 15 anni. Al suo ritorno, l’uomo assume il nome di Sweeney Todd e si stabilisce nella sopraelevazione della lurida bottega della signora Lovett, la quale prepara “i peggiori pasticci di carne di Londra”. Avviando il proprio piano di vendetta ‘ad ampio raggio’ (che include anche il presuntuoso barbiere pseudo-italiano Adolfo Pirelli, interpretato da Sacha “Borat” Baron Cohen), Todd rifornirà di carne fresca la sua coinquilina, saziando gradualmente la propria sete di sangue.
Sweeney Todd, l’ultima fatica del genialoide Tim Burton, è un film non del tutto riuscito, ma di grandissimo fascino estetico: la messinscena (scenografie da Oscar del nostro Dante Ferretti) e la fotografia quasi monocromatica – di Dariusz Wolski – sono davvero straordinarie, ma ciò che non convince del tutto è l’andamento della narrazione, ‘castigata’ da numeri musicali non molto convincenti (se ne salvano due o tre). Paradossalmente, in questo insolito splatter-musical, sembra funzionare di più la semplice colonna sonora ‘di raccordo’ di Stephen Sondheim, già autore del musical teatrale al quale si rifà la pellicola. Comunque, notevole la sequenza dei titoli di testa – ad animazione digitale – ed il cupissimo finale; intelligenti ma superficiali i riferimenti alle pratiche di carità inglesi ottocentesche (vedi l’assistente di Pirelli), all’epoca di grande rilevanza sociale.

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VISIONE CONSIGLIATA: A

giovedì 4 settembre 2008

Onora il padre e la madre

Hank (Ethan Hawke) ed Andy (Philip Seymour Hoffman) sono due fratelli assai diversi fra loro – anche per status sociale – entrambi però con seri problemi economici: il primo è divorziato e non riesce a mantenere la figlioletta (che gli urla al telefono “sei un fallito!”), il secondo è un cocainomane depresso che vorrebbe rifarsi una vita in Brasile con la propria avvenente moglie (Marisa Tomei, più nuda che vestita). Ma la via proposta da Andy ad Hank per incassare facilmente un bel po’ di soldi sarà causa di una lunga serie di sciagure che coinvolgeranno in primis la vita dei loro genitori…
Un torbidissimo thriller raffreddato quello che ci regala il grande regista americano – in tutti i sensi, dato che è anche ultraottantenne – Sidney Lumet (Quinto potere), in cui sono ritratte le amorali azioni – catalizzate dal dio denaro – di un’umanità senza speranza e senza possibilità di redenzione, come peraltro si evince dall’ironico, ‘luminoso’ finale. Le grandi interpretazioni dei due protagonisti (che a volte sembrano ‘dire di più’ quando non parlano), unite ad una solida regia a base di flashback intersecati e ad una degna confezione (la fotografia è virata in un grigio bluastro; le musiche sembrano quasi mettere ansia) concorrono alla riuscita di questo – ammettiamolo, volutamente sgradevole – affresco sulle origini del male, che sono da ricercarsi nella sola umanità.
Il titolo originale (Before The Devil Knows You’re Dead) è parte di un detto irlandese, consiglio dato ai peccatori sul punto di morire: se si possono rifugiare in paradiso ingannando il demonio, allora meglio per loro.

CRITICA: «««½

VISIONE CONSIGLIATA: A

lunedì 1 settembre 2008

Il postino

Isola di Salina, arcipelago delle Eolie, 1952. Il postino ausiliario Mario Ruoppolo (Massimo Troisi) riceve l’incarico di consegnare la (consistente) posta in arrivo al famoso poeta cileno Pablo Neruda (Philippe Noiret), lì giunto perché in esilio politico: tra i due nascerà un’amicizia breve ma intensa. E, grazie al poeta, Mario comprenderà qualcosa di più della poesia e dell’amore.
Basato su Il postino di Neruda di Skarmeta, l’ultimo film di Troisi (morto prematuramente alla fine delle riprese) è sciaguratamente diretto dallo scozzese Michael Radford, la cui regia – sommaria e non ‘asciutta’ – è incapace di valorizzare i tanti momenti potenzialmente emozionanti. Tutto nel film appare ‘facile’ e scontato: la storia d’amore di Mario con “la bellezza dell’isola” Beatrice Russo (Maria Grazia Cucinotta); il rapporto con la politica; la ‘gestione’ di un’amicizia fuori dal comune. Senza Troisi, padre morale dell’opera, staremmo parlando di un film irrimediabilmente modesto. Musiche – vincitrici dell’Oscar – di Luis Bacalov.

CRITICA: ««½

VISIONE CONSIGLIATA: T

giovedì 21 agosto 2008

Cloverfield

Rob, giovane americano di buone speranze (Michael Stahl-David) è sul punto di andare in Giappone per motivi di lavoro. I suoi amici – più o meno stretti, ex fidanzata compresa (la graziosa Odette Yustman) – gli organizzano una festa a sorpresa a Manhattan: ma questa sarà bruscamente interrotta da paurosi eventi catastrofici causati da un colossale mostro spuntato dal mare (una specie di piovra-crostaceo) che metterà a ferro e fuoco la città. Hud, incaricato di girare un filmino di addio per Rob, immortalerà gli eventi con la videocamera del fratello del festeggiato.
Cloverfield è innanzitutto un’abilissima operazione di pervasivo battage pubblicitario, durato svariati mesi nel 2007, che ha solleticato non poco l’attenzione dei fan – e non solo – di J.J. Abrams (produttore del telefilm Lost e regista di Mission: Impossible – III), vero padre della pellicola più del regista Matt Reeves, che confeziona una miscela mozzafiato – e nauseabonda sul grande schermo per la maggior parte degli spettatori – di horror, fantascienza, catastrofico e (sorpresa!) sentimentale, che paradossalmente è la componente dominante in quanto giustifica il senso delle azioni del protagonista e dei suoi amici. Comunque, quel che rende Cloverfield un monster-movie degno di nota, sorta di Godzilla dell’era di YouTube, è la forma: se la storia può essere criticabile perché tutt’altro che inedita, quel che la rende potabile è il modo in cui essa ci viene messa dinanzi agli occhi, ovvero mediante acrobatiche riprese in soggettiva catturate da una videocamera digitale per uso amatoriale. Chiaramente il film non è stato girato con una di esse, ma la resa è tutto sommato verosimile (appaiono evidenti i tentativi di far apparire instabili o frammentarie le riprese, opera del poco esperto amico del protagonista). In definitiva, nonostante alcune scelte criticabili e necessarie (cosa ha risvegliato il mostro? La videocamera è indistruttibile?), conta quel che Cloverfield dice: e, dato il punto di vista, lo dice benissimo. Il finale, poi, è coraggioso e coerente.
Il nome del film è lo stesso dell'area di New York nota come "Central Park" prima degli eventi.

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VISIONE CONSIGLIATA: I

sabato 2 agosto 2008

Bittersweet Life

Kim (Lee Byeong-Heon, una star in Sudcorea e Giappone) è il direttore del Crown Hotel di Seul, proprietà del boss Kang. Un giorno questo incarica Kim – da lui ritenuto l’uomo più affidabile – di tenergli d’occhio una ragazza che dice di amare, a causa di una sua assenza ‘per motivi di lavoro’. Inevitabilmente Kim s’innamora di lei, e pur sapendo di doverla eliminare perché tradisce il boss con un coetaneo, la risparmia: sarà l’inizio di un duro e sanguinoso percorso segnato dall’umiliazione e dalla vendetta.
Presentato fuori concorso a Cannes nel 2005 (ma nelle sale italiane nel Maggio 2006), questo riuscito noir notturno del talentuoso Kim Jee-woon (Two Sisters) è un elegante omaggio al cinema di John Woo, di De Palma e Scorsese in cui la tanto criticabile violenza è trasfigurata a tal punto (vedi le coreografie delle colluttazioni o delle sparatorie) da non impressionare, mentre i toni melodrammatici ed onirici – come nella miglior tradizione orientale – non stonano, dando invece sostanza ad una storia che, sulla carta, potrebbe apparire abbastanza scontata.
Una curiosità: il titolo originale del film, tradotto dal coreano significa La dolce vita, nome del ristorante dell’albergo in cui si svolge la rumorosa resa dei conti finale.

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VISIONE CONSIGLIATA: A

lunedì 28 luglio 2008

Il ritorno dei morti viventi 3

Il trioxen – gas messo a punto dall’esercito americano e causa di svariate disgrazie nei due precedenti capitoli – è alla base dei progetti del Colonnello Reynolds (Kent McCord), il quale mira a rianimare i morti per trasformarli in (quasi) indistruttibili automi da guerra, ricoperti da un esoscheletro che ne guida (e limita) i movimenti. Il figlio del Colonnello, il ribelle ed aspirante batterista Curt (J. Trevor Edmond), un giorno, spinto dalla curiosa fidanzata Julie (Melinda Clarke), viene a conoscenza degli atroci e malriusciti esperimenti dello staff del padre: essi risulteranno drammaticamente utili quando Julie perderà la vita in un incidente stradale. Tragico epilogo.
Bizzarra divagazione nel filone zombi del regista/produttore Brian Yuzna: il risultato è un thriller orrorifico in cui la componente sentimentale ha un peso insolitamente alto, ottimamente incarnata dall’incredibilmente sexy Melinda Clarke, zombi innamorata pronta a scempiare impietosamente il proprio corpo seminudo pur di non divorare il proprio fedele amato. La fotografia di Gerry Lively è coloratissima, quasi a sottolineare la natura fumettistica del racconto; gli effetti visivi ed il trucco sono al limite dell’incredibile e lasciano spazio ad alcune simpatiche (e truculente) trovate registiche. Deboli le musiche di Barry Goldberg.

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VISIONE CONSIGLIATA: A

mercoledì 16 luglio 2008

Derailed - Attrazione letale

Charles Schine (un Clive Owen particolarmente dimesso), pubblicitario e bravo padre di famiglia – con figlia diabetica da curare – un giorno conosce in treno la gentile Lucinda (una Jennifer Aniston fuori parte), che gli anticipa i soldi per pagare il ticket ferroviario. Nonostante Charles abbia problemi a casa ed ancor più a lavoro, decide di flirtare con la donna: i due, giunti al punto di avere un rapporto carnale in un motel ammuffito, vengono rapinati e subiscono violenze. Il delinquente autore del misfatto si farà vivo e, con la scusa di spubblicare la relazione di Charles, gli rovinerà la vita.
Un thrillerazzo tutt’altro che inedito, che comincia bene e con una buona ambientazione (piove in continuazione), aiutato da una suggestiva colonna sonora: presto però emergono le magagne della bucatissima sceneggiatura, le quali si accumulano in maniera macroscopica fino ad esplodere nel madornale colpo di scena finale. La regia di Mikael Hafström non fa nulla per renderle più digeribili. Unico vero pregio del film: non fa dormire.

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VISIONE CONSIGLIATA: A