mercoledì 10 ottobre 2012

The Last Days Of Disco


Il titolo è la parafrasi di quello di un film altrettanto – se non di più – famoso, ovvero Gli ultimi giorni di Pompei, girato nel 1908 e rifatto ben 5 volte. La storia è anch’essa quella di un crollo, ma non di una città, bensì di un locale e della musica che in esso risuonava ad alto volume. E degli ideali (o presunti tali) di chi ballava sulle sue note. Stiamo parlando del club newyorkese Studio 54 di Steve Rubell, e della disco music, che ebbe ampio ma effimero successo. Ci troviamo "nei primissimi anni Ottanta", presumibilmente tra il settembre 1980 e la primavera dell’anno seguente, come si evince dagli eventi narrati. Protagonista di quest’affresco è Alice Kinnon (Chloe Sevigny), consulente in una casa editrice dall’indole fin troppo pacifica, sottomessa dall’amica-per-forza e collega Charlotte (Kate Beckinsale), con la quale coabita. Entrambe fresche laureate all’Hampshire College, frequentano il locale insieme a un amico frustrato per dimenticare la grigia quotidianità (come il Tony Manero de La febbre del sabato sera), e per inserirsi nella "New York bene", magari acciuffando qualche giovane yuppie. Di conseguenza, in questa crudele gara sociale, le personalità sono portate a scontrarsi anche più del necessario, in un continuo tripudio d’invidie e incomprensioni. Ma, come tutte le gare, ha un inizio e una fine, che coincide con quella dell’effimero fenomeno musicale e che forse – ma non per tutti – è anche l’inizio di una vita adulta e responsabile. Rubell (qui ribattezzato Bernie) venne arrestato dalla narcotici, e sulle note di Dolce Vita di Ryan Paris un’era, improvvisamente, finì.
Con questo affresco riuscito a metà, il regista e sceneggiatore Whit Stillman (classe 1952) chiude la personale "trilogia sull’alta borghesia urbana" iniziata con Metropolitan (1990) e proseguita con Barcelona (1994). È un peccato che la regia non sia dinamica come la musica che impreziosisce la pellicola: la narrazione parte bene, ma complessivamente si dimostra troppo orizzontale, quasi appiattendosi per essere al livello dei poco amabili personaggi che ritrae. Le uniche figure per le quali si può provare un minimo di simpatia sono quelle che nel finale difenderanno lo spirito della disco pur essendo a bordo della metropolitana, dando il via a dei titoli di coda quasi bollywoodiani. La sceneggiatura pecca di evidente verbosità, e alcuni dialoghi suonano fin troppo didascalici. E l’esile trama pare avere la stessa scarsa consistenza di ciò che descrive. Perché è questo il grande limite di The Last Days Of Disco: descrivere a grandi tratti, invece di raccontare o spiegare ciò che è stato. Lo spettatore del 1998 – anno della sua uscita – e degli anni a venire che non sappia cosa sia stato il movimento americano anti-disco ("Disco Sucks!"), e perché quindi alcuni personaggi si evitino o scontrino per colpa degli abiti che indossano o del mestiere che fanno, qui non troverà risposte. C’è sono spazio solo per una rievocazione nostalgica ma, in fin dei conti, sfocata.
Uscito nelle sale americane nel maggio 1998, tre mesi prima di Studio 54 di Mark Cristopher, fu distribuito in poche copie VHS e DVD nel ’99. Irreperibile quasi per un decennio, solo nel 2009 tornò in vendita grazie alla Criterion, che l’ha restaurato (con l’approvazione del regista) e aggiunto alla propria rinomata Collection, arricchendolo di svariati extra e di una copertina opera dell’artista francese Pierre Le-Tan. Dal 2012 è stato pubblicato anche in Blu-Ray.
PS Lo Studio 54, così chiamato in quanto ex teatro di posa televisivo nella 54esima strada di Manhattan, aprì nel 1977 e chiuse nel 1986. Poi riaprì come teatro, funzione che ha tutt’oggi. Però quando non ci sono rappresentazioni in corso, il secondo piano continua a esser utilizzato come nightclub sotto il nome di Upstairs at Studio 54.


CRITICA: **

VISIONE CONSIGLIATA: I

Locandina del giorno: Not Fade Away

martedì 28 agosto 2012

Film in sala: Agosto 2012

Poche le uscite nel mese di Agosto, che in Italia continua a essere accuratamente evitato dai distributori, al contrario di quel che avviene negli States.

Il primo del mese è uscito solamente Damsels in Distress - Ragazze allo sbando, commedia al femminile con venature satiriche, tutte rivolte alla società americana.

Il 3 Agosto è stato il turno di: Diario di una schiappa: Vita da cani, terzo capitolo sulle disavventure – stavolta estive e non scolastiche – del giovanissimo Greg Heffley; Una famiglia all'improvviso, drammatico in cui un ragazzo scopre, alla morte del padre, di avere una sorella alcolizzata e indebitata con figlio a carico; La congiura della pietra nera, classico cappa e spada orientale diretto a quattro mani (uno dei registi è John Woo); Dream House, thriller orrorifico con l’accoppiata Craig-Weisz e diretto da Jim Sheridan.

Il 10 è il giorno di Nudi e felici, spensierata commedia con Rudd e la Aniston, coppia che dalla grigia vita metropolitana passa senza volerlo a quella hippy.

Il 17 esce uno dei tre pezzi da novanta del mese: I mercenari 2, stavolta diretto da Simon West (Con Air) e non più da Stallone, con un cast – se possibile – ancor più folto. Ad affiancarlo, la commedia giovanilistica romantica LOL – Pazza del mio migliore amico, con Miley Cyrus e Demi Moore.

Il secondo film che punta a grossi incassi è il terzo capitolo della nota saga animalesca animata della Dreamworks, ovvero Madascar 3 – Ricercati in Europa, che arriva il 22.

Due giorni dopo tocca al thriller italiano Tutti i rumori del mare, su un oscuro corriere che trasporta oggetti e persone, bloccato quando si trova alle prese con la donna sbagliata da ‘consegnare’. Il 27 esce un’altra pellicola nostrana, La patente, che vede due trentenni spiantati improvvisamente posti a gestire una scuola guida, e ciò li metterà a contatto con un’umanità alquanto assortita…

Il 29 si chiude una delle saghe di maggior successo – sia di pubblico che di critica – degli ultimi anni, con Il cavaliere oscuro – Il ritorno, sempre diretto da Nolan. Otto anni dopo gli eventi del secondo capitolo, Batman (Christian Bale) dovrà vedersela col forzuto Bane (Tom Hardy), nemico che sulla scia del Joker getterà nel caos Gotham e ridurrà il nostro eroe allo stremo delle forze.

Titolo che condivide la stessa data di release è l’albanese La faida, che dopo l’anteprima al barese Bif&st 2012 di Marzo, è ora fruibile su scala nazionale.

Cinque le pellicole che saranno proiettate dal 31 Agosto: il cupo thriller norvegese Babycall, con Noomi Rapace, incentrato sull’omicidio di un bambino; il dramma argentino El campo, che vede due sposi a disagio nella nuova zona che li ospita; la commedia drammatica francese Monsieur Lazhar, su un’insegnante che ne rimpiazza uno appena deceduto; il fantascientifico ispano-francese Eva, sulla prima bambina-robot, che nasce nel 2041; e infine Womb – cioè “grembo” – con una Eva Green che fa clonare un suo amico appena deceduto, accogliendolo nel suo utero affinché possa rinascere.

mercoledì 18 luglio 2012

The Amazing Spider-Man


Com’è noto, Spider-Man 4 venne meno. Il cast era pronto, e una (terribile) sceneggiatura pure, ma alla fine il regista Raimi disse di no alla Sony-Columbia. Le motivazioni: divergenze creative e una data d’uscita troppo ravvicinata. "E ora che si fa? Si seppellisce uno dei supereroi più amati di sempre?" si saranno detti i produttori. Ovviamente no. Si optò per un reboot (riavvio) della saga ragnesca, la cui sceneggiatura era già stata scritta (un "piano B" vero e proprio) da James Vanderbilt, autore di quella di Zodiac, apprezzato thriller di David Fincher.
E così riecco Peter Parker (Andrew Garfield) liceale impopolare, studente fin troppo brillante ma scarso nel gestire le relazioni coi coetanei. Nonostante ciò, lo vediamo far colpo sulla bella Gwen Stacy (Emma Stone), degna compagna di scuola e di vita, figlia del burbero Capitano Stacy della Polizia di New York. Quest’ultimo vorrebbe arrestare l’alter ego di Peter – Spider-Man – ritenuto un "vigilante in tuta aderente", che come da copione è nato grazie alla puntura di un ragno modificato in laboratorio. Laboratorio nel quale lavora il dottor Curtis Connors (Rhys Ifans), collega del defunto padre del protagonista, che punta alla rigenerazione di parti del corpo (essendo egli stesso privo del braccio destro): una provvidenziale collaborazione con Peter lo aiuterà a trovare la formula apparentemente giusta, la quale – complici le pressioni delle Oscorp Industries per cui lavora – testata frettolosamente su se stesso, lo trasformerà nel gigantesco e violento rettile Lizard.
Marc Webb – il cui nome non può non far venire in mente una ragnatela ("web") – s’è dovuto accollare il gravoso incarico di rinarrare le origini dell’Uomo Ragno, avendo all’attivo una sola pellicola 500 giorni insieme (2009), riuscita commedia sentimentale agrodolce. E il suo tocco lo si apprezza nelle sequenze domestiche e in quelle con Peter e Gwen. Però lo script di Vanderbilt, Sargent e Kloves, per quanto gradito a svariati fan del fumetto per la fedeltà soprattutto nei confronti della versione Ultimate dell’eroe (più cinica e contemporanea), presenta però dei ‘tradimenti’ che pesano non poco: Peter è qui un outsider maniaco della fotografia ma non propriamente un nerd sfigato come tradizione vorrebbe (a testimoniarlo ne vengono inquadrati due mentre discutono dei poteri ragneschi in termini scientifici); porta le lenti a contatto e se le toglie in cambio degli occhiali del defunto padre; addirittura va in giro con lo skateboard ascoltando musica dal lettore Mp3… Insomma, per quanto sia stato bravo Garfield nel calarsi nel personaggio, dobbiamo constatare che questo non è il protagonista che ci saremmo aspettati. Le cose vanno meglio se si considera l’alter ego mascherato, forse più linguacciuto e scavezzacollo di quello interpretato da Maguire, qui aiutato da una grafica computerizzata inevitabilmente superiore, credibile nel riproporre le plastiche pose viste sul fumetto. Quanto al resto del cast nulla da ridire, eccetto per Ifans, costretto a calarsi nei panni di uno scienziato che diviene villain psicotico per cause di forza maggiore, proprio come il Dafoe dello Spider-Man raimiano, trasformazione però qui davvero repentina. A ben guardare, infatti, l’intera sceneggiatura soffre di una sorta di ‘complesso d’inferiorità’, sapendo di nascere all’ombra di un film campione d’incassi di soli dieci anni addietro, e per questo comprime o supera alcuni momenti topici del prototipo per espanderne altri: il risultato è che si perde del tutto per strada quel sense of wonder che tanto si confà alla genesi del personaggio. Qui Peter non si entusiasma per la scoperta dei propri poteri, subito li accetta e li sfrutta quasi come se niente fosse (al suo primo giro col lancia-ragnatele se la cava fin troppo bene), e ciò lo rende meno affascinante e simpatico agli occhi dello spettatore. A tutti questi discutibili elementi, si aggiunge una versione parafrasata della frase chiave “Da un grande potere derivano grandi responsabilità”, pronunciata da uno Zio Ben, la cui morte non ha il peso che dovrebbe avere. Circa la confezione, le musiche di James Horner non sono affatto male; il montaggio di A.E. Bell e Pietro Scalia fa il suo dovere nonostante i numerosi tagli in extremis imposti dalla produzione, i quali hanno reso il tono del film ancor più dark, sfumando e quasi annullando la sottotrama lanciata dai trailer – sulla rivelazione dei “segreti più grandi di Spider-Man”, qui solo accennati. Notevoli le scenografie di J. Michael Riva, scomparso prematuramente, purtroppo affogate dalla fin troppo scura fotografia di John Schwartzman. Riuscito il cammeo di Stan Lee, qui professore di musica della Midtown High School.
In definitiva, un film che funziona nonostante tutto e che può far presa sui fan dell'ultima ora, ma che manca della magia e dello stile dei capitoli firmati Raimi, belli e infedeli al punto giusto. L’intenzione, com’è evidente, era quella di fare nei confronti del tessiragnatele ciò che è stato fatto per Batman: solo che in quel caso, dopo i due capitoli pop di Burton, erano sopraggiunte le due baracconate targate Schumacher, sgradite a tutti. La serietà della recente trilogia di Nolan, iniziata nel 2005, era stata salutata da frequentatori di sale e da addetti ai lavori come un toccasana, capace di ridare all’Uomo Pipistrello i toni e le atmosfere più adatte. Ma questo Spidey è troppo prosaico e oscuro: da quando, nel fumetto, lo conosciamo così? Ciò non è affatto amazing.

CRITICA: **

VISIONE CONSIGLIATA: I