martedì 25 novembre 2008

Gomorra

Napoli. Cinque storie col minimo comune denominatore dell’illegalità nelle orride e degradate “vele” (enormi e labirintici complessi residenziali) nel quartiere suburbano di Scampia e nei suoi dintorni.
Dal lettissimo libro-inchiesta Gomorra - Viaggio nell'impero economico e nel sogno di dominio della camorra del non ancora trentenne Roberto Saviano, un film crudo e senza fronzoli sullo spietato funzionamento del “Sistema Camorra”, la cui efficienza è talmente elevata da averne esteso le propaggini ampiamente al di là dei suoi confini geografici d’origine. Girato in loco e con molti attori non professionisti, spesso parlato in dialetto stretto e per questo distribuito coi sottotitoli in italiano, il film del romano Matteo Garrone obbliga lo spettatore a compiere una dolorosa full immersion, rischiando talvolta di mettere a rischio la totale comprensione dell’affresco (specialmente per chi non ha mai letto il libro). Magari una sola visione può non bastare per cogliere tutti i dettagli e i ‘collegamenti’ esistenti. Incipit memorabile, fotografia da reportage di guerra (ma in cinemascope), colonna sonora ridotta all’osso (fanno capolino solo alcuni molesti brani dei “neomelodici” oppure musiche house). Gran Premio della Giuria al Festival di Cannes 2008. Per Roman Polanski è un segno della rinascita del cinema italiano “che ricorda il neorealismo”.

CRITICA: ***1/2

VISIONE CONSIGLIATA: A

lunedì 20 ottobre 2008

Paranoid Park

Uno skater sedicenne di Portland – con famiglia disastrata alle spalle – si reca, spinto dal proprio migliore amico, al “Paranoid Park”, malfamato luogo di ritrovo dei suoi ‘compagni di hobby’. Qui finisce col dar retta ad un losco giovane che, per ravvivare la serata all’insegna dell’adrenalina, gli propone di saltare sul vagone di un treno merci in corsa. La tragedia è in agguato.
Gus Van Sant (Elephant; Will Hunting – Genio ribelle), basandosi sul romanzo omonimo di Blake Nelson, sforna un altro film sulla gioventù bruciata, tutt’altro che “bella e dannata”: il protagonista è un ragazzino drammaticamente ‘senz’anima’, privo di un qualsiasi vero interesse. La regia cattura in maniera creativa il disagio del protagonista, optando per inquadrature insolite ma logiche: i genitori – nei pochi momenti in cui sono in scena – sono sempre ripresi di spalle, oppure fuori fuoco o addirittura fuori campo. Inoltre, la narrazione è coerentemente frantumata in passaggi ridondanti che preannunciano il disastro. Appaiono invece un po’ gratuite le sgranate riprese in super8 degli skater in azione: una messa in scena della loro “insostenibile leggerezza dell’essere”? Comunque, in questa grigissima storia sull’horror vacui adolescenziale, a lasciare il segno è la durissima e fulminea sequenza – davvero degna di un film horror – dell’incidente ferroviario, giustamente raccapricciante.

CRITICA: «««

VISIONE CONSIGLIATA: A

sabato 11 ottobre 2008

Toro scatenato

Ascesa e caduta – all’insegna dell’autodistruzione – (1941-1964) del pugile italoamericano Jake LaMotta (Robert DeNiro, col naso posticcio), campione del mondo dei pesi medi, perennemente affiancato dal proprio fratello/manager Joey (Joe Pesci), continuamente provocato dai suoi “amici” mafiosi del Bronx e pessimo marito della bionda Vicki (Cathy Moriarty).
Proposto dallo stesso DeNiro a Scorsese in un momento di ‘secca’ creativa di quest’ultimo, il soggetto si basa sulle memorie del pugile (anche consultant durante le riprese): il risultato è una delle migliori collaborazioni tra i due illustri italoamericani. Toro scatenato è un vero e proprio saggio di regia, come mostra il magistrale uso dei tanti ralenti, dei suoni deformati, delle musiche (d’epoca o operistiche), e la dinamica fotografia – di Michael Chapman (Taxi Driver) – in B/N e in colore, insieme al montaggio di Thelma Schoonmaker. DeNiro è straordinario nel disegnare il proprio sgradevole, violento, rude, possessivo e paranoico personaggio; Pesci lo affianca degnamente. E non manca il marchio di fabbrica del vero Scorsese: la violenza. Non nascosta, ma anzi mostrata con piglio ‘clinico’, è presente sul ring, nelle strade, in famiglia e nei dialoghi. 2 soli Oscar 1980 su 8 nominations: montaggio e DeNiro miglior attore protagonista (che addirittura ingrassò di una trentina di chili per interpretare il pugile negli anni del declino). VM 14 anni.

CRITICA: ««««

VISIONE CONSIGLIATA: A

giovedì 2 ottobre 2008

Sacco a pelo a tre piazze

Walter “Gib” Gibson (un John Cusack diciannovenne) è una matricola in un college del New England, inutilmente attratto da una collega antipatica e snob, l’algida Alison (Daphne Zuniga, già vista nell’atroce La mosca 2). Annoiato dalla freddezza dell’ambiente (“navigo in un mare di disperazione”), accetta l’invito del suo caro amico di liceo Lance (Anthony Edwards, “Ciccio” Greene in ER), matricola in California: una biondina (Nicollette Sheridan) – chiamata da quest’ultimo “botta sicura” (la Sure Thing del titolo originale) – lo attende. Ma un problema sorge a viaggio appena iniziato, dal momento che lo stesso percorso deve compierlo anche Alison, che non vede l’ora di riabbracciare il proprio amato Jason, aspirante avvocato.
Simpatica commedia giovanilistica in forma di road movie targata Rob Reiner, autore del ben più noto Harry ti presento Sally, meno stupida di quello che può sembrare, per quanto il finale sia telefonatissimo. La sceneggiatura è incentrata sulla reciproca conoscenza, che anche tra persone incompatibili (o apparentemente tali) finisce col dare frutti utili alla conoscenza di sé. Un esempio di come una produzione per ragazzi non debba necessariamente sfociare nella melensaggine o nella volgarità pecoreccia. Un’innocua chicca che fa respirare l’aria degli anni ’80.

CRITICA: ««½

VISIONE CONSIGLIATA: T


lunedì 22 settembre 2008

La leggenda di Beowulf

Danimarca, VII sec. d.C.. Il re Hrothgar (Anthony Hopkins) ed il suo popolo non sopportano più gli attacchi dell’orrido mostro Grendel, divoratore di uomini. Il prode Beowulf (Ray Winstone) giunge in loro soccorso, ma un suo madornale errore – indotto dalla madre del mostro (Angelina Jolie) – segnerà per sempre il suo futuro.
Dopo Polar Express – ritenuto dalla maggior parte della critica come uno spreco di fatica e di tecnologie – Bob Zemeckis ‘ci riprova’, girando un altro lungometraggio di animazione digitale. L’animazione in senso stretto, però, si giova in maniera integrale della recitazione degli attori in carne ed ossa (persino a livello di sguardo ed espressioni facciali): stiamo quindi parlando di performance capture, grazie alla quale di digitale vi è solo l’aspetto del film. Persino i movimenti di macchina sono spesso manuali. Inoltre, il fatto che esso sia stato distribuito in molte sale in 3D – ma non più coi cari vecchi occhialini di cartone – spiega perché vi siano così tante inquadrature ‘estreme’ (lance che sfiorano cornee, frecce in volo seguite quasi in soggettiva, e così via). L’esperienza visiva è di notevole impatto, per quanto i volti femminili – meno ben fatti di quelli maschili – tendano ad apparire ‘di plastica’. La sceneggiatura di Neil Gaiman (Stardust) e Roger Avary (soggettista di Pulp Fiction) rilegge e semplifica il poema originale, dando inaspettatamente spazio a numerosi ammiccamenti di taglio sessuale (molte le frasi ‘a doppio senso’ e i passaggi ambigui) e a svariate sequenze violente. Tutto ciò rende Beowulf una pellicola d’animazione che sorprenderà piacevolmente, a patto che non si sia under 12: nel qual caso, la visione è decisamente sconsigliata.

CRITICA: **1/2

VISIONE CONSIGLIATA: A

lunedì 15 settembre 2008

Sweeney Todd - Il diabolico barbiere di Fleet Street

Benjamin Barker (Johnny Depp, Golden Globe come miglior attore) è uno stimato barbiere della Londra Vittoriana, la cui esistenza – insieme a quella dei suoi congiunti – scorre tranquilla e luminosa. Ma un giorno il sordido giudice Turpin (Alan Rickman, già noto ai fan della saga di Harry Potter), bramoso di avere con sé la di lui moglie, lo accusa di un delitto mai commesso e lo spedisce in galera, ove rimane per ben 15 anni. Al suo ritorno, l’uomo assume il nome di Sweeney Todd e si stabilisce nella sopraelevazione della lurida bottega della signora Lovett, la quale prepara “i peggiori pasticci di carne di Londra”. Avviando il proprio piano di vendetta ‘ad ampio raggio’ (che include anche il presuntuoso barbiere pseudo-italiano Adolfo Pirelli, interpretato da Sacha “Borat” Baron Cohen), Todd rifornirà di carne fresca la sua coinquilina, saziando gradualmente la propria sete di sangue.
Sweeney Todd, l’ultima fatica del genialoide Tim Burton, è un film non del tutto riuscito, ma di grandissimo fascino estetico: la messinscena (scenografie da Oscar del nostro Dante Ferretti) e la fotografia quasi monocromatica – di Dariusz Wolski – sono davvero straordinarie, ma ciò che non convince del tutto è l’andamento della narrazione, ‘castigata’ da numeri musicali non molto convincenti (se ne salvano due o tre). Paradossalmente, in questo insolito splatter-musical, sembra funzionare di più la semplice colonna sonora ‘di raccordo’ di Stephen Sondheim, già autore del musical teatrale al quale si rifà la pellicola. Comunque, notevole la sequenza dei titoli di testa – ad animazione digitale – ed il cupissimo finale; intelligenti ma superficiali i riferimenti alle pratiche di carità inglesi ottocentesche (vedi l’assistente di Pirelli), all’epoca di grande rilevanza sociale.

CRITICA: «««

VISIONE CONSIGLIATA: A

giovedì 4 settembre 2008

Onora il padre e la madre

Hank (Ethan Hawke) ed Andy (Philip Seymour Hoffman) sono due fratelli assai diversi fra loro – anche per status sociale – entrambi però con seri problemi economici: il primo è divorziato e non riesce a mantenere la figlioletta (che gli urla al telefono “sei un fallito!”), il secondo è un cocainomane depresso che vorrebbe rifarsi una vita in Brasile con la propria avvenente moglie (Marisa Tomei, più nuda che vestita). Ma la via proposta da Andy ad Hank per incassare facilmente un bel po’ di soldi sarà causa di una lunga serie di sciagure che coinvolgeranno in primis la vita dei loro genitori…
Un torbidissimo thriller raffreddato quello che ci regala il grande regista americano – in tutti i sensi, dato che è anche ultraottantenne – Sidney Lumet (Quinto potere), in cui sono ritratte le amorali azioni – catalizzate dal dio denaro – di un’umanità senza speranza e senza possibilità di redenzione, come peraltro si evince dall’ironico, ‘luminoso’ finale. Le grandi interpretazioni dei due protagonisti (che a volte sembrano ‘dire di più’ quando non parlano), unite ad una solida regia a base di flashback intersecati e ad una degna confezione (la fotografia è virata in un grigio bluastro; le musiche sembrano quasi mettere ansia) concorrono alla riuscita di questo – ammettiamolo, volutamente sgradevole – affresco sulle origini del male, che sono da ricercarsi nella sola umanità.
Il titolo originale (Before The Devil Knows You’re Dead) è parte di un detto irlandese, consiglio dato ai peccatori sul punto di morire: se si possono rifugiare in paradiso ingannando il demonio, allora meglio per loro.

CRITICA: «««½

VISIONE CONSIGLIATA: A