mercoledì 7 gennaio 2009

The Millionaire


Il diciottenne Jamal (Dev Patel) sta vivendo un sogno: è ad una domanda dal premio più alto (20 milioni di rupie) del programma TV noto in tutto il mondo Chi vuol essere milionario?: potrebbe vincere il bottino oppure tornare a casa – quale casa? – senza un soldo. Proveniendo dagli slums (cioè dalle baraccopoli) di Mumbai, si ritrova ad essere l’idolo di milioni di persone nella sua stessa situazione socioeconomica. Ma quello che più preme a Jamal è rincontrare la sua amata Latika (Freida Pinto), nel suo cuore sin da quando era bambino: rivederla non sarà facile, anche per colpa della polizia, che lo ritiene un imbroglione. Dopotutto, come può un poveraccio di Mumbai conoscere 19 risposte su 20 in un quiz che ‘boccia’ professori e professionisti? Ecco allora che la risposta finale avrà doppia valenza: permetterà di conquistare ricchezza ma soprattutto l’introvabile Latika.
L’ultima fatica di Danny Boyle non fa altro che confermare il talento del regista di Manchester, che stavolta adotta una sceneggiatura non originale di Simon Beaufoy (già autore di quella di Full Monty, e non del fido Alex Garland) basata sul romanzo Le 12 domande dell’indiano Vikas Swarup. La struttura narrativa del libro è riportata nel film, per cui ad ogni domanda del quiz lo spettatore/lettore viene a conoscenza della risposta tramite un flashback riguardante la vita del protagonista, ripercorsa a singhiozzo sin da quando era bambino. E così Boyle si diverte a (de)costruire un bildungsroman al curry in cui convivono felicemente – per noi – melodramma, orrore, avventura, miseria, ragione e sentimento. Un po’ come nei Bollywood movies (attenti ai titoli di coda…). Tecnicamente, la pellicola si adegua a tale ‘contrastante’ contenuto, optando per un impressionante montaggio mozzafiato e per inquadrature ‘fuori bolla’ (nella maggior parte dei casi). Sembra quasi un videoclip d’autore. Nonostante tutto (passi falsi o svariate leggerezze), Boyle fa centro. Non resta altro che lasciarsi rapire da questo emozionante e coloratissimo quadro dal dinamismo dirompente.

CRITICA: ***

VISIONE CONSIGLIATA: I

domenica 7 dicembre 2008

Nessuna verità

Giordania. Il giovane agente della CIA Roger Ferris (Leonardo DiCaprio) lavora ‘guidato a distanza’ dal suo superiore Ed Hoffman (un Russel Crowe oversize, ingrassato di almeno 20 chili): il suo compito – tutt’altro che facile – è quello di catturare l’anziano capo-terrorista Al-Salim, legato alla rete di Al-Qaeda, fresca autrice di un attentato a Manchester. Ma le pericolose ‘invasioni di campo’ di Hoffman metteranno a dura prova i rapporti tra Ferris ed il capo dell’intelligence giordana Hani (Mark Strong), il quale ha messo i propri agenti a disposizione degli USA.
Dopo la storia del “padrino nero” narrata in American Gangster, Sir Ridley Scott torna a parlare di medio oriente (lo aveva già fatto – seppur con ‘declinazione storica’ – nel 2005 con Le crociate), girando un film che sembra la versione semplificata di Syriana (di Stephen Gaghan, 2005), ma ibridata con due film del suo meno noto fratellino Tony, ovvero Nemico pubblico (vedi le tante riprese satellitari) ma soprattutto Spy Game. Il risultato non è male, ma poteva essere migliore: la sceneggiatura è di William Monahan (The Departed e ancora Le crociate), il che è garanzia di complessità dell’intreccio – e di abuso di telefoni cellulari. Ma qui, se mai, la fonte dei problemi è proprio nel ‘manico’, ovvero nel discreto romanzo Body Of Lies del giornalista del Washington Post David Ignatius, nel quale abbondano stereotipi e banalità sul mondo degli agenti segreti e sui terroristi islamici, oltre a mancare un palpabile climax narrativo ascendente. Comunque, a tenere alta la bandiera (fortunatamente più quella del cinema che non della patria) ci pensano l’impeccabile messinscena targata Scott/Scalia/Witt/Streitenfeld (regia-montaggio-fotografia-musiche) e le ottime performance di DiCaprio – ormai non vi è film in cui non rischi la pelle – e di Strong, l’“Andy Garcia mediorientale”, in realtà londinese. Il caro Crowe, invece, oltre ad eccedere nel peso, eccede in gigioneria. Del tutto accessoria e simpaticamente scontata la liason tra Ferris e la bella infermiera Aisha (G. Farahani). Il titolo originale significa – più bruscamente – “Un mucchio di menzogne”.

CRITICA: **1/2

VISIONE CONSIGLIATA: I

mercoledì 3 dicembre 2008

21

Il ventunenne Ben Campbell (Jim Sturgess, quasi un clone di Tobey Maguire, già visto in Across The Universe) è un brillantissimo studente del MIT di Boston, privo però dei soldi necessari per accedere alla prestigiosa facoltà di medicina di Harvard. Un giorno il suo professore di matematica Micky Rosa (un Kevin Spacey gigione) gli fa una proposta ‘che non può rifiutare’, ovvero giocare – insieme ad altri studenti suoi coetanei – a svariate partite di blackjack nei casinò di Las Vegas, facendo uso di un metodo che permette di contare le carte e di incassare un mare di soldi.
Una storia incredibilmente vera già divenuta romanzo bestseller (Blackjack Club di Ben Mezrich) è materia narrativa da commedia-bildungsroman per Robert Luketic (La rivincita delle bionde, Quel mostro di suocera), che rischia però di essere un po’ troppo diluita nelle due ore abbondanti di durata. Fortunatamente la colonna sonora martellante e la ipercromatica fotografia in digitale – per circa ¾ delle riprese – di Russel Carpenter (Titanic) rendono il quadro decisamente accattivante e piacevole anche (e soprattutto) per chi non ha alcuna dimestichezza coi tavoli di velluto verde.
“21” è uno dei modi con cui si può chiamare il suddetto gioco d’azzardo, il più diffuso sul pianeta.

CRITICA: **1/2

VISIONE CONSIGLIATA: T

martedì 25 novembre 2008

Gomorra

Napoli. Cinque storie col minimo comune denominatore dell’illegalità nelle orride e degradate “vele” (enormi e labirintici complessi residenziali) nel quartiere suburbano di Scampia e nei suoi dintorni.
Dal lettissimo libro-inchiesta Gomorra - Viaggio nell'impero economico e nel sogno di dominio della camorra del non ancora trentenne Roberto Saviano, un film crudo e senza fronzoli sullo spietato funzionamento del “Sistema Camorra”, la cui efficienza è talmente elevata da averne esteso le propaggini ampiamente al di là dei suoi confini geografici d’origine. Girato in loco e con molti attori non professionisti, spesso parlato in dialetto stretto e per questo distribuito coi sottotitoli in italiano, il film del romano Matteo Garrone obbliga lo spettatore a compiere una dolorosa full immersion, rischiando talvolta di mettere a rischio la totale comprensione dell’affresco (specialmente per chi non ha mai letto il libro). Magari una sola visione può non bastare per cogliere tutti i dettagli e i ‘collegamenti’ esistenti. Incipit memorabile, fotografia da reportage di guerra (ma in cinemascope), colonna sonora ridotta all’osso (fanno capolino solo alcuni molesti brani dei “neomelodici” oppure musiche house). Gran Premio della Giuria al Festival di Cannes 2008. Per Roman Polanski è un segno della rinascita del cinema italiano “che ricorda il neorealismo”.

CRITICA: ***1/2

VISIONE CONSIGLIATA: A

lunedì 20 ottobre 2008

Paranoid Park

Uno skater sedicenne di Portland – con famiglia disastrata alle spalle – si reca, spinto dal proprio migliore amico, al “Paranoid Park”, malfamato luogo di ritrovo dei suoi ‘compagni di hobby’. Qui finisce col dar retta ad un losco giovane che, per ravvivare la serata all’insegna dell’adrenalina, gli propone di saltare sul vagone di un treno merci in corsa. La tragedia è in agguato.
Gus Van Sant (Elephant; Will Hunting – Genio ribelle), basandosi sul romanzo omonimo di Blake Nelson, sforna un altro film sulla gioventù bruciata, tutt’altro che “bella e dannata”: il protagonista è un ragazzino drammaticamente ‘senz’anima’, privo di un qualsiasi vero interesse. La regia cattura in maniera creativa il disagio del protagonista, optando per inquadrature insolite ma logiche: i genitori – nei pochi momenti in cui sono in scena – sono sempre ripresi di spalle, oppure fuori fuoco o addirittura fuori campo. Inoltre, la narrazione è coerentemente frantumata in passaggi ridondanti che preannunciano il disastro. Appaiono invece un po’ gratuite le sgranate riprese in super8 degli skater in azione: una messa in scena della loro “insostenibile leggerezza dell’essere”? Comunque, in questa grigissima storia sull’horror vacui adolescenziale, a lasciare il segno è la durissima e fulminea sequenza – davvero degna di un film horror – dell’incidente ferroviario, giustamente raccapricciante.

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VISIONE CONSIGLIATA: A

sabato 11 ottobre 2008

Toro scatenato

Ascesa e caduta – all’insegna dell’autodistruzione – (1941-1964) del pugile italoamericano Jake LaMotta (Robert DeNiro, col naso posticcio), campione del mondo dei pesi medi, perennemente affiancato dal proprio fratello/manager Joey (Joe Pesci), continuamente provocato dai suoi “amici” mafiosi del Bronx e pessimo marito della bionda Vicki (Cathy Moriarty).
Proposto dallo stesso DeNiro a Scorsese in un momento di ‘secca’ creativa di quest’ultimo, il soggetto si basa sulle memorie del pugile (anche consultant durante le riprese): il risultato è una delle migliori collaborazioni tra i due illustri italoamericani. Toro scatenato è un vero e proprio saggio di regia, come mostra il magistrale uso dei tanti ralenti, dei suoni deformati, delle musiche (d’epoca o operistiche), e la dinamica fotografia – di Michael Chapman (Taxi Driver) – in B/N e in colore, insieme al montaggio di Thelma Schoonmaker. DeNiro è straordinario nel disegnare il proprio sgradevole, violento, rude, possessivo e paranoico personaggio; Pesci lo affianca degnamente. E non manca il marchio di fabbrica del vero Scorsese: la violenza. Non nascosta, ma anzi mostrata con piglio ‘clinico’, è presente sul ring, nelle strade, in famiglia e nei dialoghi. 2 soli Oscar 1980 su 8 nominations: montaggio e DeNiro miglior attore protagonista (che addirittura ingrassò di una trentina di chili per interpretare il pugile negli anni del declino). VM 14 anni.

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VISIONE CONSIGLIATA: A

giovedì 2 ottobre 2008

Sacco a pelo a tre piazze

Walter “Gib” Gibson (un John Cusack diciannovenne) è una matricola in un college del New England, inutilmente attratto da una collega antipatica e snob, l’algida Alison (Daphne Zuniga, già vista nell’atroce La mosca 2). Annoiato dalla freddezza dell’ambiente (“navigo in un mare di disperazione”), accetta l’invito del suo caro amico di liceo Lance (Anthony Edwards, “Ciccio” Greene in ER), matricola in California: una biondina (Nicollette Sheridan) – chiamata da quest’ultimo “botta sicura” (la Sure Thing del titolo originale) – lo attende. Ma un problema sorge a viaggio appena iniziato, dal momento che lo stesso percorso deve compierlo anche Alison, che non vede l’ora di riabbracciare il proprio amato Jason, aspirante avvocato.
Simpatica commedia giovanilistica in forma di road movie targata Rob Reiner, autore del ben più noto Harry ti presento Sally, meno stupida di quello che può sembrare, per quanto il finale sia telefonatissimo. La sceneggiatura è incentrata sulla reciproca conoscenza, che anche tra persone incompatibili (o apparentemente tali) finisce col dare frutti utili alla conoscenza di sé. Un esempio di come una produzione per ragazzi non debba necessariamente sfociare nella melensaggine o nella volgarità pecoreccia. Un’innocua chicca che fa respirare l’aria degli anni ’80.

CRITICA: ««½

VISIONE CONSIGLIATA: T