Dal 2007 la tappa per chi ama il buon cinema. Perché il cinema "è una cosa seria". Legenda recensioni - Stelline: 1 = pessimo; 1,5 = mediocre; 2 = guardabile; 2,5 = interessante; 3 = bello; 3,5 = notevole; 4 = ottimo. Visione consigliata: T = per tutti; I = bambini insieme agli adulti; A = solo per adulti.
mercoledì 20 ottobre 2010
giovedì 19 agosto 2010
District 9
Sbarcarono nel 1982, denutriti e in pessime condizioni. Furono condotti in campi di accoglienza temporanea, che ben presto si trasformarono in baraccopoli. I filmati su videotape lo testimoniano. Non stiamo parlando di immigrati africani giunti sulle nostre coste, ma di alieni, chiamati spregiativamente “gamberoni”. Accumulatisi a Johannesburg – sino a raggiungere il ragguardevole numero di un milione e ottocentomila, devono essere trasferiti in un nuovo campo/lager a 200 Km di distanza. E’ il “District 9 Relocation Programme” a stabirlo, rischioso progetto commissionato dal governo sudafricano – su spinta della popolazione intollerante – alla MNU (Multi National United), la seconda compagnia produttrice di armi al mondo, la cui legalità “è una semplice copertura” ed i cui candidi automezzi sembrano quelli delle Nazioni Unite. A dirigere le operazioni c’è sorprendentemente l’inetto ed ingenuo Wikus Van De Merwe (Sharlto Copley), genero del capo della MNU: un esemplare caso di nepotismo. Sotto l’ala protettrice di Peter Jackson produttore esordisce il sudafricano Neill Blomkamp, che girando ‘in casa’ con un piccolo budget di 30 milioni di dollari, confeziona una grande pellicola dalla straordinaria gestione dello spazio, del ritmo e della tensione, assente in molti strombazzati kolossal. Basandosi su un suo cortometraggio del 2005 (Alive In Joburg) incentrato sullo stesso concept, il regista amministra un ininterrotto flusso di immagini provenienti da vari supporti audiovisivi (videocamere, sistemi di ripresa a circuito chiuso, cineprese a spalla, ecc.) per dar vita ad un mockumentary d’azione che intrattiene spingendo alla riflessione, passando per una girandola di citazioni cinematografiche. Le scene di guerriglia urbana si rifanno a Black Hawk Down; la baracca/antro stracolma di uova aliene bruciate col lanciafiamme è presa da Aliens; il micidiale esoscheletro meccanico è esteticamente debitore verso Transformers ed Iron Man. Ma la citazione narrativamente fondamentale è quella riguardante la metamorfosi che subisce il protagonista venuto in contatto col DNA alieno: è il ritorno de La Mosca cronenberghiana, come evidenzia la scena della caduta delle unghie dinanzi allo specchio. Lì il mostruoso ibrido protagonista imparava – letteralmente – sulla propria pelle cosa significasse essere umani, a patto però di perdere brandelli di umanità. Qui avviene lo stesso, ma in uno scenario che è ‘parafrasi’ del vero Sudafrica, in cui negli anni Settanta oltre sessantamila persone furono spostate con la forza dal “District 6” di Cape Town, in piena apartheid (che – ricordiamolo – è un crimine internazionale dal ’73). Come allora, nella Johannesburg alternativa targata Blomkamp – in cui il razzismo diviene specismo – ci sono zone per umani e zone per non-umani, delimitate da grotteschi cartelli di divieto. Il contatto tra specie è evitato come la peste e praticato solo da malviventi, nigeriani che comprano dai “gamberoni” armi che non possono usare in cambio di cibo per gatti, quello preferito dagli sgraditi ospiti. È geniale l’idea che vede le armi aliene attivarsi al solo contatto con questi ultimi, così come quella sulla MNU che emargina Van De Merwe accusandolo attraverso i media di aver avuto rapporti sessuali con gli alieni. I riferimenti all’imperversare dell’AIDS sono espliciti: una malattia che è l’arma dei reietti – che hanno pur sempre un nome ed un cognome – e che rende tali. Raggiunto questo status il protagonista capirà cosa significhi essere trattati peggio delle bestie in nome dell’egoismo e del più deteriore capitalismo, finendo per urlare “uomini di merda!”.
CRITICA ***1/2
CRITICA ***1/2
giovedì 17 giugno 2010
Terminator Salvation
Anno 2018: le macchine, dopo aver acquisito l’autocoscienza, hanno scatenato l’Apocalisse nucleare sulla Terra (il “Giorno del Giudizio”) per distruggere l’umanità, ritenuta un nemico. La “Resistenza”, costituita dai pochi sopravvissuti e guidata dal generale Ashdown, è sul punto di sferrare un contrattacco decisivo alla rete mondiale delle macchine (detta “Skynet”), la quale pianifica la definitiva eliminazione di tutti i superstiti tramite nuovi cyborg ‘da infiltrazione’. John Connor, uno dei leader della Resistenza, quasi messianicamente ritenuto colui che sconfiggerà una volta per tutte Skynet, punta a posticipare l’attacco di Ashdown in quanto la morte del suo introvabile padre Kyle Reese – ancora ragazzino – produrrebbe un “aborto retroattivo” (così chiamato nel primo “Terminator”) che lo condannerebbe insieme all’intera umanità: infatti Reese lo concepirà nel 2029, viaggiando nel tempo fino al 1984. Inoltre, a complicare la situazione giunge il misterioso Marcus Wright, che ricorda poco del proprio passato e che non sa nulla della propria natura. Il rapporto che instaurerà con Connor e la Resistenza si dimostrerà proficuo per tutti.
La saga inaugurata nel 1984 dal grande regista d’azione James Cameron (Titanic) viene nuovamente riaperta dopo la maldestra terza puntata (2003) firmata Jonathan Mostow (U-571), che abbandonava la componente ansiogena di T1 e T2 per l’autoparodia, voluta da A. Schwarzenegger alla sua ultima performance. Ora la regia passa a Joseph McGinty Nichol, alias “McG” (Charlie’s Angels), che riesce quasi miracolosamente a ridare serietà alla saga, finalmente ambientata nel futuro tante volte intravisto nelle pellicole precedenti. Purtroppo la sceneggiatura di J. Brancato e M. Ferris appare traballante nello spolpare fino all’osso il paradosso temporale già alla base del primo episodio, ovvero quello sul legame tra John Connor ed il padre: però qui Connor (un Christian Bale sempre all’altezza) non viene protetto, ma protegge. In questo quadro la regia dà largo spazio all’azione mozzafiato – rumorosa, ma mai eccessiva o decerebrata – in cui uomini e macchine si scontrano in scenari alla Mad Max, cioè dominati dalla desolazione e dai rottami. Gli straordinari effetti visivi della ILM di Lucas, combinati alla ‘sporca’ fotografia di S. Hurlbut, quasi da reportage di guerra, trasmettono allo spettatore una sensazione di realismo davvero notevole. Alla qualità della confezione contribuisce anche la coinvolgente colonna sonora di D. Elfman (Spider-Man), che in un memorabile frangente (quello in cui fa capolino uno Schwarzy digitalizzato) ricalca ed omaggia il tema dei titoli di testa del primo episodio (peraltro ‘declinati’ in grafica 3D in questo film). A dare spessore alla pellicola giunge in soccorso il personaggio di Marcus (il lanciatissimo Sam Worthington), la cui umanità dimezzata nel fisico (è un inedito modello di cyborg) ma non nel cuore (in tutti i sensi) è fonte di speranza circa il futuro. Il suo operato si dimostra necessario per la ‘salvezza’ dell’umanità (quella ‘fisica’) e per la sua “Salvazione” (sì, quella del titolo): solo dopo l’Apocalisse appare evidente quanto le macchine, senza la componente umana – che le genera e che le utilizza – siano inutili mostruosità fini a se stesse. Solo ciò che ci rende umani, come l’amore, l’altruismo, la diplomazia, il buon senso – e non solo – sono i veri motori del mondo. E appare quasi piacevolmente assurdo che sia un cyborg in un blockbuster fantascientifico da duecento milioni di dollari a ricordarcelo.
La saga inaugurata nel 1984 dal grande regista d’azione James Cameron (Titanic) viene nuovamente riaperta dopo la maldestra terza puntata (2003) firmata Jonathan Mostow (U-571), che abbandonava la componente ansiogena di T1 e T2 per l’autoparodia, voluta da A. Schwarzenegger alla sua ultima performance. Ora la regia passa a Joseph McGinty Nichol, alias “McG” (Charlie’s Angels), che riesce quasi miracolosamente a ridare serietà alla saga, finalmente ambientata nel futuro tante volte intravisto nelle pellicole precedenti. Purtroppo la sceneggiatura di J. Brancato e M. Ferris appare traballante nello spolpare fino all’osso il paradosso temporale già alla base del primo episodio, ovvero quello sul legame tra John Connor ed il padre: però qui Connor (un Christian Bale sempre all’altezza) non viene protetto, ma protegge. In questo quadro la regia dà largo spazio all’azione mozzafiato – rumorosa, ma mai eccessiva o decerebrata – in cui uomini e macchine si scontrano in scenari alla Mad Max, cioè dominati dalla desolazione e dai rottami. Gli straordinari effetti visivi della ILM di Lucas, combinati alla ‘sporca’ fotografia di S. Hurlbut, quasi da reportage di guerra, trasmettono allo spettatore una sensazione di realismo davvero notevole. Alla qualità della confezione contribuisce anche la coinvolgente colonna sonora di D. Elfman (Spider-Man), che in un memorabile frangente (quello in cui fa capolino uno Schwarzy digitalizzato) ricalca ed omaggia il tema dei titoli di testa del primo episodio (peraltro ‘declinati’ in grafica 3D in questo film). A dare spessore alla pellicola giunge in soccorso il personaggio di Marcus (il lanciatissimo Sam Worthington), la cui umanità dimezzata nel fisico (è un inedito modello di cyborg) ma non nel cuore (in tutti i sensi) è fonte di speranza circa il futuro. Il suo operato si dimostra necessario per la ‘salvezza’ dell’umanità (quella ‘fisica’) e per la sua “Salvazione” (sì, quella del titolo): solo dopo l’Apocalisse appare evidente quanto le macchine, senza la componente umana – che le genera e che le utilizza – siano inutili mostruosità fini a se stesse. Solo ciò che ci rende umani, come l’amore, l’altruismo, la diplomazia, il buon senso – e non solo – sono i veri motori del mondo. E appare quasi piacevolmente assurdo che sia un cyborg in un blockbuster fantascientifico da duecento milioni di dollari a ricordarcelo.
CRITICA: **1/2
VISIONE CONSIGLIATA: I
sabato 14 novembre 2009
Wall Street
New York, 1984. Buddy Fox (Charlie Sheen) è un giovane broker affetto da rampantismo: è il tipico yuppie al quale il proprio posto di lavoro – in questo caso alla piccola Jackson & Steinham, all’ombra dei grattacieli di Manhattan – sta stretto. Al che, riesce a mettersi in contatto col cinico, ‘mitico’ finanziere Gordon Gekko (Michael Douglas), per mettere alla prova le proprie capacità. Ma, spinto dal padre (Martin Sheen), si renderà conto troppo tardi della profonda disonestà del proprio operare.
Basato sullo scandalo commerciale del 1986 ed uscito pochi giorni prima del crollo della borsa del 1987, Wall Street equivale a dire 'Oliver Stone è al suo meglio'. Dedicata alla memoria del padre – che era un vero broker – la pellicola ha il pregio di saper coinvolgere ogni spettatore, prescindendo dalle eventuali competenze in materia. La regia, la fotografia ed il montaggio sono estremamente dinamici, così come sono adeguate ed incalzanti le musiche di Stewart Copeland, jazzista e batterista dei Police. Le interpretazioni dell’intero cast sono eccellenti, con un Douglas da Oscar (vestito Cerruti ed efficacemente doppiato da Giancarlo Giannini) ed un C. Sheen ben calato nel suo ruolo (ed affiancato dalla biondissima Daryl Hannah, che all’epoca era ben in vista). Davvero memorabili i due monologhi di Gekko, rispettivamente su avidità e ricchezza: impressionano tutt’ora, con gli Eighties ed il fallimento della new economy alle spalle. E con la crisi globale che ancora miete le sue vittime.
CRITICA: ***
VISIONE CONSIGLIATA: I
lunedì 12 ottobre 2009
The Wrestler
“Egli fu trafitto per i nostri peccati, schiacciato per le nostre iniquità”: queste parole del profeta Isaia vengono accostate nel film al suo malridotto protagonista, che ha deciso di dare la propria vita per gli altri. Di dare la propria carne. Venderla. Randy “The Ram” (“l’ariete”) Robinson, la carne, finisce persino per servirla al bancone di un minimarket. Lottatore di wrestling caduto in disgrazia, attraversa una ‘vita’ – diciamo ‘esistenza’ – di ordinario squallore: è terribilmente solo, è audioleso, pieno di cicatrici, porta abiti con rattoppi a vista. E per mantenersi continua a offrire per un pugno di dollari le proprie ridicole performance sui ring della più grigia provincia americana. Un po’ come Cassidy, spogliarellista/mamma over-40 di cui è cliente, che per i grezzi avventori del “Cheeques” è troppo vecchia. Lei crede ancora di poter dare una svolta alla propria vita, cosa che a Randy non riesce: sua figlia Stephanie non è più una bambina, ed il tentativo di averla più vicina, dopo anni di abbandono dovuti all’ubriacatura da successo, fallirà per una brutta ‘distrazione’ (cocaina + prostituta). Ormai “The Ram” è modernariato biologico, sgualcita icona su poster per chi fu ragazzino negli anni Ottanta, in cui furoreggiava. La vittoria del 1989 contro l’“Ayatollah” è storia, storia da smerciare in obsolete VHS abbinate a costose cartoline autografate (8 dollari l’una). Un inevitabile infarto legato ai troppi sforzi, all’età inadatta, ai cocktail di ormoni e alle pubbliche umiliazioni spianeranno la strada per l’ultima sfida dell’“ariete sacrificale”.
Il newyorchese Darren Aronofsky affronta nuovamente il tema del disfacimento del corpo: dopo Requiem For A Dream e L’albero della vita, The Wrestler dà spazio a chi, volendo o nolendo, si ritrova ad adattare e a vendere la propria fisicità per tirare a campare. Mickey Rourke non interpreta “The Ram”: lo è. La simmetria tra le due figure è sfacciatamente evidente, così com’è suggerita quella con il personaggio di Cassidy (una credibilissima Marisa Tomei). Rourke indossa in maniera tanto egregia quanto spontanea i panni e la pelle di un ‘anti-Rocky’, uno sportivo scalcagnato che non trova la redenzione passando sul ring. Lì (“Questo è l’unico posto dove non mi faccio del male”) riceve un’accettazione ed un calore umano – seppur effimeri – che in tanti gli negano, a patto però di ritrovarsi insanguinati (ed il sangue che lo spettatore vede è vero) e martoriati (allucinante lo scontro condito da scala, sparapunti e filo spinato). Non è un caso che il Nostro sia spesso pudicamente ripreso di spalle, e che per vederne il volto per la prima volta debbano passare ben cinque minuti di film, di cui lui è davvero la ragion d’essere. Infatti la sceneggiatura di R.D. Siegel è, a conti fatti, abbastanza convenzionale nella propria drammaturgia: a far la differenza vi è una regia antihollywoodiana, una fotografia che fa largo uso di cinepresa a spalla e l’ambientazione. Più che alle botte da orbi, lo spazio è dato ai retroscena, catturati con l’aria di chi prova compassione ed affetto per i teneri bestioni che li popolano. E la canzone di Bruce Springsteen dei titoli di coda lo conferma. In definitiva, The Wrestler è una pellicola sulla dignità dei corpi e delle anime che essi contengono. Mickey Rourke, per il proprio passato di attore – decaduto e ora risorto – e di pugile, ci fa vedere quali segni lascia il tempo su chi non sa reggere le luci dello showbiz ed il cannibalismo della folla. E il suo viso da marpione furbetto che fu è ben più lontano di nove settimane e mezzo fa.
Il newyorchese Darren Aronofsky affronta nuovamente il tema del disfacimento del corpo: dopo Requiem For A Dream e L’albero della vita, The Wrestler dà spazio a chi, volendo o nolendo, si ritrova ad adattare e a vendere la propria fisicità per tirare a campare. Mickey Rourke non interpreta “The Ram”: lo è. La simmetria tra le due figure è sfacciatamente evidente, così com’è suggerita quella con il personaggio di Cassidy (una credibilissima Marisa Tomei). Rourke indossa in maniera tanto egregia quanto spontanea i panni e la pelle di un ‘anti-Rocky’, uno sportivo scalcagnato che non trova la redenzione passando sul ring. Lì (“Questo è l’unico posto dove non mi faccio del male”) riceve un’accettazione ed un calore umano – seppur effimeri – che in tanti gli negano, a patto però di ritrovarsi insanguinati (ed il sangue che lo spettatore vede è vero) e martoriati (allucinante lo scontro condito da scala, sparapunti e filo spinato). Non è un caso che il Nostro sia spesso pudicamente ripreso di spalle, e che per vederne il volto per la prima volta debbano passare ben cinque minuti di film, di cui lui è davvero la ragion d’essere. Infatti la sceneggiatura di R.D. Siegel è, a conti fatti, abbastanza convenzionale nella propria drammaturgia: a far la differenza vi è una regia antihollywoodiana, una fotografia che fa largo uso di cinepresa a spalla e l’ambientazione. Più che alle botte da orbi, lo spazio è dato ai retroscena, catturati con l’aria di chi prova compassione ed affetto per i teneri bestioni che li popolano. E la canzone di Bruce Springsteen dei titoli di coda lo conferma. In definitiva, The Wrestler è una pellicola sulla dignità dei corpi e delle anime che essi contengono. Mickey Rourke, per il proprio passato di attore – decaduto e ora risorto – e di pugile, ci fa vedere quali segni lascia il tempo su chi non sa reggere le luci dello showbiz ed il cannibalismo della folla. E il suo viso da marpione furbetto che fu è ben più lontano di nove settimane e mezzo fa.
CRITICA: ***
VISIONE CONSIGLIATA: A
martedì 25 agosto 2009
Sogni e delitti
Ian (Ewan McGregor) e Terry
(Colin Farrell) sono due fratelli accomunati dalla voglia di riscatto sociale:
il primo – innamorato di un’attricetta libertina (l’esordiente Hayley Atwell) –
aiuta il padre nel ristorante di famiglia; il secondo è un meccanico – alle
soglie del matrimonio – finito nel tunnel dell’alcol e delle scommesse.
Entrambi vorrebbero dare stabilità alla propria precaria situazione economica:
un potenziale aiuto giunge tempestivamente dallo zio d’America, Howard (un
sempre grande Tom Wilkinson), che in cambio di un lauto ricompenso chiede che
venga “eliminato” un suo ex-collega linguacciuto. Tragico epilogo.
La terza pala del trittico
londinese alleniano è una specie di cupo ‘fratello minore’ di Match Point, col quale condivide alcune
tematiche (denaro o dignità personale; il rimorso; la Giustizia; l’esistenza di
Dio), senza che però esse vengano sviluppate con la stessa profondità. Anche il
plot è decisamente più semplice, e
lascia talvolta l’impressione di tirar troppo per le lunghe alcune prevedibili
situazioni. Fortunatamente il quadro è impreziosito dalle musiche di Philip
Glass e dalla splendida fotografia del maestro ungherese Vilmos Zsigmond (Incontri ravvicinati del terzo tipo).
CRITICA: ***
lunedì 8 giugno 2009
Flashdance
Pittsburgh, 1983. Alex Owens
(Jennifer Beals) è una diciottenne di buona volontà con la passione per il
ballo: di mattina fa la saldatrice (tenedo testa al capo che la tampina), di
sera balla al Mawby’s Bar (popolato
da loschi avventori). Il suo sogno è quello di diventare una ballerina di danza
classica. Riuscirà ad ottenere la tanto sospirata audizione all’accademia? La
supererà?
Patinatissimo film cult sul mondo del ballo, con tutti
quegli stereotipi che oggi, dopo tanti epigoni/cloni, risultano indigesti a
molti spettatori. Flashdance è, a
conti fatti, un accattivante e scorrevole film-compilation con svariate hit pop-rock dei famigerati Eighties (tra cui la canzone –
vincitrice dell’Oscar – Flashdance… What A Feeling di Irene Cara e Giorgio
Moroder; Maniac di Michael Sembello e
Gloria di Umberto Tozzi cantata da
Laura Branigan), ottimamente fotografato (da Donald Peterman) e montato da ben
due film editors. La Beals, nella
celebre sequenza di ballo del provino, ha addirittura due controfigure; essa
inoltre fu voluta da Nanni Moretti in Caro
diario per un simpatico cameo di taglio onirico. Prodotto da Jerry
Bruckheimer (The Rock; Transformers), è uno dei maggiori
successi commerciali – oltre 100 milioni di dollari sul mercato nordamericano –
dell’inglese Adrian Lyne (Allucinazione
perversa; 9 settimane e ½).
CRITICA: **1/2
VISIONE CONSIGLIATA: I
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