domenica 17 gennaio 2016

Macbeth



Al nobile scozzese Macbeth viene profetizzato da tre streghe un futuro da regnante. Coadiuvato dalla moglie, ospita il re Duncan, lo uccide e ne prende il posto. Ma il dubbio che altri capi clan stiano tramando alle sue spalle per detronizzarlo lo conduce a una cieca follia omicida.
L'ennesimo adattamento della tragedia di Shakespeare porta stavolta la firma di Justin Kurzel, cineasta australiano alla sua seconda regia. La sua opera precedente, Snowtown (2011) era ambientata nei quartieri degradati di Adelaide e ostentava scene di tortura. La sua prossima, Assassin's Creed (uscita prevista per il 2016) è tratta da un famoso videogioco in salsa storica. Vien da chiedersi perché Kurzel si sia cimentato in quest'impresa tutt'altro che necessaria, visti gli illustri precedenti firmati Welles, Kurosawa e Polanski. Qui ci troviamo dinanzi a un atroce travaso di ritagli del testo originale in quello che potrebbe essere lo spot tv di un eau de toilette Cristian Dior o Versace, con le relative libertà espresse in forma visiva (tra cui dei costumi dal sapore postmoderno). Una messinscena patinata, sontuosa (fotografia: Adam Arkapaw), apparentemente realistica (vedi l'uso degli splendidi scenari scozzesi), che stride violentemente con le parti recitate come se si fosse su un palco e non dinanzi a una cinepresa. Fassbender, non molto in parte, presto pare sprofondare col pilota automatico in una follia mal resa (corre nella sua stanza come se facesse jogging); Marion Cotillard, prima gli ruba la scena da sproloquiante istigatrice, poi si spegne quando si riscopre umana. Il cast di contorno vanta ottimi nomi: Paddy Considine è Banquo, Sean Harris è McDuff, Elizabeth Debicki è sua moglie, David Thewlis re Duncan. Quasi tutti sprecati, utili più sulla locandina che sul grande schermo. Solo Harris riesce a lasciare - per quanto possibile - il segno.
Un film monumentalmente soporifero in cui le musiche insistenti non scuotono comunque dal torpore.

CRITICA: *1/2


VISIONE CONSIGLIATA: A


martedì 29 dicembre 2015

Posh


Giovani, aitanti, ricchi e viziati, otto studenti di Oxford appartengono al Riot Club ("Un nome, un programma" verrebbe da dire), elitaria brigata di gentaglia in doppiopetto il cui scopo risiede nello spalleggiarsi a vicenda per nascondere amoralità assortite. Goliardate ora, malaffari in futuro. Poiché non può iniziare un anno accademico senza che si sia in dieci, il gruppo trova altri due bei soggetti da circuire: Alistair (Sam Clafin) e Miles (Max Irons, quasi un gemello di Robert Pattinson). Il primo vanta un fratello leggendario ex membro, l'altro invece ci entra attirato dalle prospettive di successo. Il che condurrà entrambi a due estremi, con inevitabili cambiamenti per la vita futura."Sono stufo marcio delle persone povere!". Il non-senso di Posh potrebbe riassumersi con questa battuta, pronunciata dal più irritante dei personaggi del film. Diretta dalla danese-britannica Lone Scherfig, l'adattamento cinematografico dell'omonima piéce teatrale di Laura Wade - autrice anche della sceneggiatura - è una pellicola sbiadita, come la fotografia di Sebastian Blenkov. Cosa aggiunge di nuovo Posh sui rapporti tra upper class e resto del mondo? Nulla, e lo fa anche con poca convinzione. "Sono tutti uguali" vien detto di loro da un comune mortale, e in effetti alcuni di loro si assomigliano anche somaticamente, accomunati dall'idea che siano denaro e sesso a dettar legge. Ma al di là dei luoghi comuni sputati tra fiumi di alcol e volgarità assortite (tipo: 'grazie all'utopia laburista i poveri fanno i debiti per essere come noi'), non resta granché. Forse solo la gattopardesca inquadratura finale. Prodotto dalla 'spregiudicata' rete Channel 4.
PS "Posh" significa sia "snob" che "chic".

CRITICA: **

VISIONE CONSIGLIATA: A

mercoledì 12 agosto 2015

Lo sciacallo


Los Angeles. Il disadattato Lou Bloom (Jake Gyllenhaal) per vivacchiare rivende oggetti rubati. Ma la fama di ladro lo precede non riesce a trovare un lavoro. Una notte, su strada, s'imbatte in degli operatori tv all'opera e da quel momento in poi decide di darsi all'attività di videoreporter di cronaca nera. Trovando nella direttrice di un tg locale (Rene Russo) terreno fertile per la propria nascente attività. Che niente e nessuno potranno ostacolare.
Dan Gilroy, fratello del più famoso Tony (Michael Clayton; The Bourne Legacy) esordisce in maniera folgorante con questo noir metropolitano che sembra nato da una costola di Collateral (2004), thriller col quale condivide ambientazione e autore della colonna sonora (James Newton Howard). Il protagonista, follemente determinato a battere la ben più attrezzata concorrenza, è l'emblema vivente del peggiore giornalismo tanto in voga oggi, vicino alla gente più per fiutarne l'odore del sangue che non per amplificarne la voce. Lou si presenta dicendo di non avere una formazione standard e di essersi acculturato solo attraverso il web: credenziali non proprio invidiabili per chi voglia trovare un lavoro così delicato. Eppure, in virtù del ciarpame sottoculturale di cui è imbottito - continuamente propinato ai suoi interlocutori - riesce a manipolare chiunque e a 'vendersi' molto bene. Spiantato, cupo e misantropo, Lou è quasi il corrispettivo del Joker del Cavaliere oscuro (2008) traslato nel mondo dell'informazione televisiva, perversamente veicolato dalla voglia di affermarsi. Quando è in scena con Rene Russo, sembra che lei stia parlando col lato oscuro della propria coscienza - o con il diavolo - più che con un suo simile. Simile che, peraltro, non é, dato che "non gli piace la gente". Irritante quanto si vuole, Lou è il perno di questo film spesso sgradevole, di certo necessario. Compatto, scritto con grande attenzione ai dettagli, vanta una regia sobria eppur attenta a dare il giusto peso agli elementi di azione, con un crescendo drammatico ineccepibile, che consente alla dimensione satirica di emergere pian piano sino a esplodere nel finale. Un fiume carsico che sarà forse sfuggito ai molti spettatori che speravano di vedere un thriller convenzionale.
Dimagrito di dieci chili e dallo sguardo spiritato, Gyllenhaal è memorabile. Ottime anche le musiche di Newton Howard e la fotografia di Robert Elswit. Per l'American Film Institute è il miglior film dell'anno.
PS Il titolo originale Nightcrawler significa sia "ruffiano notturno" che "essere che striscia nella notte". Proprio come il biblico serpente, che qui sa quali mele scintillanti porgere ai piani alti delle redazioni. Per il male dell'intera umanità.

CRITICA: ****

VISIONE CONSIGLIATA: I


martedì 4 agosto 2015

Rottweiler



Cosa sarebbe accaduto se Terminator non avesse avuto sembianze umane, ma quelle di un cane? A questa assurda domanda prova a rispondere Bryan Yuzna (SocietyIl ritorno dei morti viventi 3), maestro filippino dell'horror truculento e fantasioso con questo film di serie C. Ambientato nella Spagna distopica del 2018, ha per protagonista Dante (William Miller), un americano che entra illegalmente nella nazione con la fidanzata. Catturato, riesce a evadere da una prigione di massima sicurezza e va in cerca dell'amata, sforzandosi di ricordare la sequenza degli eventi che l'hanno condotto fin lì. Sulle sue tracce c'è un instancabile rottweiler cibernetico, metà animale e metà robot.
Com'è evidente, le premesse non sono buone: un contesto futuristico abbozzato, un orrido cane bavoso con gli occhi luminosi e le zanne metalliche, carcerieri sadici oltre ogni limite. A condire il piatto s'aggiungono una prostituta ex tossica e una bambina che così come entra nella sceneggiatura, ne esce. La struttura a flashback inizialmente incuriosisce e sembra dare sostanza alla trama, ma alla lunga non riesce a nasconderne le falle. Non mancano le tradizionali dosi di effettacci, così come una dimensione romance insolitamente marcata per il genere. Ma il protagonista - quasi un Brad Pitt dei poveri - è cane quanto la sua nemesi: vederlo correre e urlare nudo tra la macchia mediterranea è abbastanza imbarazzante. Per non parlare poi di quella povera bestiaccia rattoppata col prosthetic make up e il digitale low cost.
Peccato per Yuzna: a differenza delle sue perle di molti anni prima, Rottweiler abbaia ma non morde. Sbava soltanto.

CRITICA: *1/2

VISIONE CONSIGLIATA: A

venerdì 31 luglio 2015

Locke


Lo stimato capocantiere Ivan Locke chiude la giornata di lavoro. Si toglie gli scarponi, sale in auto e si dirige verso Londra. Una volta a bordo, con una serie di telefonate prova a ricomporre la propria vita che sta andando in frantumi. Mentre lo spettro del padre defunto aleggia su di lui.
Se fosse uno sceneggiato radiofonico della Bbc non sarebbe male. Peccato che Locke si proponga come l'ennesimo film da camera, tutto dialoghi e istrionismo attoriale. Tom Hardy sarà stato sicuramente felice di sfoggiare una prestazione decisamente convincente. Meno felice è lo spettatore, bloccato ("locked") come il protagonista in una notte senza vie d'uscita, costretto dalla regia claustrofobica di Steven Knight a sorbirsi una telefonata dopo l'altra, con le inquadrature che giostrano tra lo schermino del navigatore, lo specchietto retrovisore e i riflessi sul parabrezza. Nulla di nuovo sul grande schermo, tutto prevedibile, come le tante dichiarate specularità, tra cui quelle con l'inetto padre e il sorprendente calciatore Caldwell, che in una notte prende a calci la fama di schiappa che l'ha sempre accompagnato.
Verrebbe da chiedere al regista Joe Wright (Orgoglio e prediudizio; Espiazione) perché abbia prodotto per il cinema questo film cieco: la televisione sarebbe stata più che sufficiente.

CRITICA: **

VISIONE CONSIGLIATA: I